Cammino ergo sum

Secondo la grammatica italiana un verbo è transitivo se l’azione che esprime può essere “trasferita” all’oggetto, così da rendere possibile la ricostruzione della frase in forma passiva. Per esempio : “Walter ha scalato il Dru”, oppure “il Dru è stato scalato da Walter”. I Verbi intransitivi invece non consentono questo passaggio.

Stando al rigore grammaticale dunque l’azione “camminare” non si trasmette ad alcun oggetto, ma l’esperienza mia e di chi come me ama questo gesto testimonia l’esatto opposto.

Può forse non valere se l’atto del camminare lo si intende come azione di obbligata routine, un’inevitabile azione, che si deve compiere per spostarsi da A a B in assenza di altri mezzi di trasporto che consentano di evitare il tedio del tempo vuoto dello spostamento. Può non valere se si cammina sull’asfalto o su qualsiasi altra superficie anonima e inerte, appositamente spianata e disposta per far circolare il traffico, sia questo a piedi o a motore.

Ma il “camminarediventa invece transitivo quando viene svolto in altri contesti, ed in altre modalità. Se prendiamo un sentiero per esempio, anche se molto battuto, possiamo accorgerci che la nostra azione bipede si trasferisce eccome sulla superficie; lasciamo tracce, impronte, segni del nostro passaggio che a loro volta vanno ad aggiungersi alle tracce e ai segni di una serie infinita di elementi animati e non, che hanno trasformato e disegnato il sentiero per come noi possiamo osservarlo ora. Piogge, valanghe, animali, rocce, alluvioni, piante, sole, vento  in un circolare ed infinito susseguirsi si imprimono nel sentiero che dunque è vivo,perchè porta con se una propria Biografia, e se ci pensiamo bene il sentiero è come gli altri esseri, compresi noi, la cui unica e singolare Biografia è frutto delle “tracce” del passaggio di persone, eventi e cose nella nostra vita. In questo senso il camminare si trasferisce su ciò su cui si realizza.

Il verbo camminare è transitivo anche per un altro motivo, ossia quando lo si pratica con l’intendo di averne un’esperienza globale. La vista catturata dagli ambienti, dalle aperture e dai dettagli, l’olfatto attirato da odori che riescono a cambiare di tono e intensità in base alla presenza o all’assenza del sole, la sensazione di energia corporea che si inceppa o inizia a circolare, come il respiro che si fa sempre più libero marciando al ritmo giusto, tutto l’apparato sensoriale acquisisce vita e da vita al proprio vissuto, senza parlare dell’esperienza che si ha del tempo, di cui non solo si può capire ma anche viverne l’effettiva relatività.

Quando il procedere a piedi comporta tutto questo la marcia è il motore con cui la vivida esperienza viene creata attivamente da noi stessi. In altre parole noi non siamo passivi di un vissuto ma siamo noi a crearlo col nostro modo di muoverci. Il luogo che si attraversa non è più solo lo sfondo, il palcoscenico accidentale su cui la scena avviene, esso diventa invece quell’ (eco) sistema di elementi che dialogano con il nostro corpo, il nostro sentire, facendone confluire un costante flusso di energia ed informazione con cui i nostri sensi riverberano. Quel complesso di contenuti di coscienza come sensazioni, pensieri, impressioni, sentimenti, emozioni che proviamo camminando è intrinsecamente connesso, dovuto in una certa misura, all’ambiente che stiamo attraversando e non ad un altro.

Il camminare è una dinamica di/ in una rete iper-complessa di relazioni, costituita da tutti gli elementi coinvolti – personali e ambientali- che hanno riverbero tra loro.

Stando così le cose si capisce come l’azione di andare a piedi si trasferisce eccome a tutto il sistema. Camminare è verbo transitivo per esperienza soggettiva, anzi , doppiamente transitivo.
I Luoghi si camminano e i luoghi camminano noi

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