Darsi Tempo

La nostra vita quotidiana segue il registro della produzione e del consumo, in modo perfettamente coerente con l’orizzonte culturale che definisce la nostra società: quello della produttività, o, ancora meglio, quello della tecnica.

Nell’Era della Tecnica il tempo è a tutti gli effetti un mezzo di produzione, e in quanto tale viene diviso, scandito analiticamente, misurato, stimato, regimentato. Si cercano strategie per allungarlo o accorciarlo. Il tempo si deve ottimizzare, si deve organizzare.

A cronometri per misurare il tempo di qualsiasi attività, di qualsiasi interesse, si vanno ad aggiungere misure di altri fattori come il consumo calorico, il denaro investito, guadagnato o risparmiato, distanze, velocità, grandezze; ogni dimensione è valutata sulla quantità più che sulla qualità.

La misurazione del tempo rientra in questo scenario contemporaneo che tende a feticizzare il numero. I discorsi che possono richiamare invece ad una fluidità del tempo, rappresentato come un flusso o uno scorrere, risuonano come vestigia, residui inanimati di un modo di intendere la vita che abbiamo ormai dimenticato: spesso sono complicati da afferrare, effimeri, o al più, solamente poetici.

Questo stato di cose, è figlio di dinamiche storico-culturali che necessiterebbero di una trattazione ben più ampia e dettagliata, ma, giusto per dare alcuni punti di riferimento, basti dire che l’Era della Tecnica, in cui il tempo è, come qui descritto, un mezzo di produzione, è figlia della tradizione giudaico-cristiana, che, assieme a quella greca, è il pilastro della cultura occidentale.

Le radici possono essere rintracciate già nell’Antico Testamento, in particolare nella Genesi dove Dio affida all’uomo, sua prima creatura, l’intera natura come risorsa, come mezzo di cui usufruire. Da questa tradizione ne deriva uno scenario di legittimazione del dominio dell’uomo sulla Natura, che ha portato ad un cruciale punto di svolta costituito dall’era industriale, ed attualmente post-industriale, o “della comunicazione”.

Il primato dell’uomo e della sua tecnica per l’autoaffermazione si è tradotto nei secoli con la “logica della tecnica”, in cui i mezzi, o il modo in cui si utilizzano, sono giustificati dai fini.

L’attenzione al linguaggio quotidiano, ai sui termini, alla frequenza di certe semantiche, è uno strumento molto potente per svelare quali sono i valori e dunque i fini su cui si muove un’intera comunità, che, in questo caso specifico, è la società dei paesi cosiddetti industrializzati.

Se ci guardiamo attorno, anzi, se ascoltiamo intorno a noi (ma anche noi stessi), possiamo individuare uno scenario intriso di una metafora produttivo-meccanicistica pressoché in qualsiasi ambito della nostra esistenza. Termini come scopi, obiettivi, mezzi, efficienza, efficacia, performance, ottimizzazione, risparmio sono la moneta linguistica corrente: dal lavoro alla vita relazionale, al tempo libero (libero da cosa?), alla dimensione affettiva e intima, ogni cosa per avere un senso deve prevedere un calcolo, un’attenta analisi di mezzi e fini, un diagramma di flusso per essere rappresentato.

Bisogna essere autonomi, organizzati, performanti, ottimizzati e, tornando al tempo, metodici e veloci, insomma efficaci ed efficienti in senso totale.

Nella stessa “scienza psicologica” sono apparse figure come i Life-Coach, a ricordare come la principale metafora per rappresentare l’esistenza sia quella prestazionistica, tipica dello sport.

Parlare di tempo come qualcosa che può andare al di là dei “protocolli di processo” significa ripensare alla vita e alla disciplina psicologica, che comprende qualcosa di più di “aggiustare, o rendere performante, una macchina rotta”.

Ripensare all’esperienza del tempo come elemento di Natura, svincolato quindi dalle logiche di strategia e pianificazione, è dare una possibilità di conoscenza. Conoscere il tempo delle cose, il tempo degli avvenimenti esterni ed interni a noi, significa conoscere quegli stessi avvenimenti.

Svincolare il tempo dagli orologi e dalle tempistiche, lasciarlo di nuovo “libero” è fondamentalmente un atto contro-ossessivo: vuol dire abbandonare la volontà di controllare, e per fare ciò occorre sapere cosa si sta facendo, essere consapevoli dei propri modi di funzionare, e avere allo stesso tempo molto coraggio, come in qualsiasi cambiamento radicale.

Abbandonare l’idea (illusoria) che definendo i tempi delle cose queste vadano dove vogliamo noi significa in primo luogo legittimare le cose ad essere come sono, ed in secondo luogo dare alle stesse il tempo necessario all’espressione della loro autentica natura; tanto per le cose che ci circondano tanto come quelle che ci abitano.

Plasmato da milioni di anni di evoluzione in cui il nostro habitat non era la fabbrica ma i ritmi naturali (cicli solari, lunari, di rivoluzione, stagionali) il nostro sistema sensoriale riacquisisce una riattivazione allo scorrere delle cose, per come viene loro di farlo.

Accorgendosi di quando si ha la tendenza a definire sempre i tempi, e smettendo di farlo, ci si predispone all’esplorazione armoniosa col nostro intimo sentire e ad una conoscenza costruita sentendo, riflettendo adeguatamente.

Perché dando tempo al tempo diamo fondamentalmente tempo a noi stessi di esplorarci, sentirci e conoscerci, ponendoci in un dialogo fluido col mondo.

Bibliografia

Galimberti, U. (2002). Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica. Milano: Feltrinelli

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