Un modo diverso di andare in Montagna

A mio avviso la più importante lezione che si può apprendere dai disturbi mentali è il riconsiderare ciò che consideriamo “normale” . Il più delle volte questo ci permette di individuare ciò che nei presupposti di quella normalità non funziona, e imparare da coloro che hanno dovuto percorrere la propria strada in modo diverso.

L’articolo che riporto quì in originale è per me un esempio di questo: da quelli che possono sembrare i limiti dei pazienti si è “costretti” ad intravedere e percorrere strade che danno a tutti POSSIBILITA’ nuove e direi più Umane.

Al termine dell’articolo troverete il link al sito dove potete trovare altri articoli sul tema

Buona Lettura!

UNA METODOLOGIA DELLA MONTAGNATERAPIA
UN MODO DIVERSO PER PERCORRERE LA MONTAGNA

Di Nicola G. De Toma

Cari amici, oggi vi invito a fare un viaggio. Un viaggio attraverso terre di mezzo e terre di confine, spazi vitali e primordiali, attraverso riti esorcizzanti e di trascendenza, e di trasformazione, tra il bisogno reale di ritrovarsi, e il bisogno inconfessato, quasi inconscio, di perdersi.

Volete farlo questo viaggio?… si… e allora incominciamo.
Questo viaggio inizia da noi, noi che siamo persone, che decidiamo dove e come andare… per esempio in montagna.

Per andare in montagna ci sono diversi modi:

a. quello moderno, dell’atleta che corre, corre, corre…
b. quello del “quasi” atleta, bello e potente, che con qualsiasi tempo parte alle sette e alle otto è già arrivato… è arrivato?
c. quello della guida alpina, che parte e va va va va… e poi arriva, senza una virgola o un punto e virgola o anche due semplici punti…
d. quello della famiglia, che pensi di partire alle 8,00 e alle 10,00 sei ancora a casa a fare i panini
e. quello di quelle persone che potremmo definire “da mare” che dopo pochi passi si accorgono che con le ciabatte o con i tacchi alti non si arriva da nessuna parte
f. quello del “…il percorso lo conosco bene io…” e finiscono la giornata in un bosco fitto e buio
g. quello dell’ “…ho preso anche l’ombrello!”
h. quello del “manca poco per arrivare”, magari dopo aver camminato attorno al mondo
i. quello del “…ho preso tutto io!”

Per andare, ma soprattutto per percorrere la montagna, ci sono altri modi, per esempio quelli che avvicinano la persona ai paesaggi, al selvaggio, alla bellezza, al vento, al silenzio, alla dolcezza, alla calma, al gruppo, al fuoco, allo zaino trasportato a turno perché troppo pesante, al rifugio come un grembo materno pronto ad accoglierti,  al sole e alla pioggia perché in montagna il tempo cambia rapidamente, all’alto, agli spazi liberi, all’aperto, alla possibilità di perdersi, ad una foto fatta con l’autoscatto,  ad una mano data per attraversare un passaggio particolare, ad un tempo che si manifesta quasi come infinito, ad uno spazio nuovo ed inesplorato, e quindi stimolante.

Da tempo abbiamo imparato a percorrere la montagna in maniera diversa, attraverso vie e modi diversi.

Ma, prima di vedere questo, parliamo ancora di persone. Le persone che portiamo con noi in questi viaggi sono persone che hanno disabilità rilevanti, come cardiopatie importanti: infarti, interventi di by pass coronarico, ipertensione; disturbi ormonali, come il diabete; disturbi neurologici, disturbi broncopolmonari… Ma soprattutto hanno delle grosse problematiche psichiatriche. Come sappiamo, il disturbo psicotico è caratterizzato da un imponente disturbo di tutta la persona. Il senso del sé è fragile, perché è l’IO che è destrutturato. A questa destrutturazione contribuiscono un pensiero che mano a mano si riempie di idee strane e di strane convinzioni; un sentire lacerato da un senso fallace della realtà (allucinazioni, deliri…); la volontà è addormentata, bloccata; le emozioni sono assolutamente incongruenti, spesso mancanti; il tono dell’umore è incontrollabile ed incontrollato. L’ambiente esterno viene sentito come ostile. Abbiamo, quindi, manifestazioni come irrequietezza, sensazioni di estraneità, paura del contatto, isolamento. Tutto questo porta ad una esperienza di frantumazione. Il pz. psicotico è sfatto, discontinuo, morto. Molte delle persone che noi seguiamo vivono in una condizione di emarginazione e di isolamento, in condizioni di vita a volte terribili. A loro carico si è sviluppato un processo diesclusione sociale. Questo può essere considerato come un processo multidimensionale di progressiva rottura, che stacca individui e gruppi dalle relazioni sociali, dalle istituzioni, e anche dalle emozioni, impedendo loro la piena partecipazione alle normali attività ed esperienze della società in cui vivono. Questa rottura può avvenire sia da parte dell’individuo, sia da parte della società in generale.

Ma perché noi facciamo questo? Perché abbiamo imparato che la montagna ha in sé un grande potere trasformativo, che si sviluppa attraverso una serie di DIMENSIONI TRASFORMATIVE: infatti sia lo stare in luoghi e situazioni diversi dal solito e sia la possibilità di attuare movimenti, di muoversi,  producono cambiamenti positivi in persone con disabilità, che siano esse disabilità fisiche, psichiche o sociali.

Tra le dimensioni trasformative possiamo accennare a:

  • il confronto cognitivo ed emozionale con spazi diversi (e spesso non civilizzati) da quelli di cui si ha normalmente esperienza diretta e quotidiana: gli spazi aperti e l’ambiente esterno (che possono essere sentiti come il confronto con “l’altro” da me);
  • il silenzio e la solitudine, che possono rappresentare il confronto con “il mio ambiente interiore”;
  • la necessità del muoversi, contrapposta all’esperienza dell’immobilità;
  • la necessità di dotarsi di competenze e strumenti adeguati (l’orientamento, la capacità del “muoversi” in maniera razionale su terreni impervi e su percorsi “diversi”, l’imparare a proteggersi dalle intemperie, il trovare un “equilibrio” utile, ecc);
  • la capacità, quindi, e la necessità di diventare autonomo;
  • il ritrovarsi a far parte di un gruppo vero, la fiducia nei compagni, la condivisione dell’esperienza;
  • l’avere una guida, qualcuno che sappia organizzarti, insegnarti, guidarti, e il rapporto importante di fiducia con essa;
  • il cambiamento della propria prospettiva di vista attraverso una dimensione di spostamento verticale, e l’innalzarsi (l’ascesa), come metafore di evoluzione personale;
  • la dimensione esplorativa e l’incontro con il nuovo e lo sconosciuto;
  • il tempo e il progetto del viaggio, e poi la possibilità del ricordo e della rielaborazione successiva, che riportano ad una dimensione temporale normale anche con l’aiuto di mezzi audiovisivi: il prima, il durante, il dopo;
  • la globalità dell’esperienza, che interessa la globalità fisica, sensoriale ed emotiva.

La montagna, così, diventa uno SPAZIO VITALE, come un laboratorio per “nuovi” modi di stare al mondo: questo spazio, questo nuovo contesto, e dico nuovo perché diverso dall’ambiente ormai solito, a cui spesso si è fortemente attaccati, può aiutare la costruzione di una nuova struttura interiore. La paura più grande può essere la paura in noi stessi, la paura di non farcela. Così il riuscire a superare alcuni passaggi particolari, raggiungere un luogo che si pensava irraggiungibile, vedere che si può riuscire dove finora si era fallito, rappresentano indubbiamente una forte iniezione di fiducia. Ma per fare questo serve proprio quello che a prima vista può sembrare più ostile: un ambiente esterno e sconosciuto, in cui le parole chiave dovranno essere tranquillità, equilibrio interiore, capacità di pensare a sé stesso, capacità di visualizzare i propri movimenti. 

Questo ci ha portato a scoprire il secondo passaggio: camminavamo troppo velocemente. Ci siamo accorti che a volte percorrevamo un sentiero troppo distratti dalla stanchezza che l’arrivare alla meta ci dava. Per immergersi nella montagna l’unica soluzione possibile non poteva che essere IL RALLENTARE: questo ci ha permesso di esperire veramente e pienamente l’ambiente della montagna, i suoni, il silenzio, gli odori, i sapori, i colori, la luce, il vento tra le foglie, la grandezza degli alberi, la semplicità di un fiore, una farfalla, un ruscello. Camminiamo lentamente, viaggiamo a ritmi naturali e antichi, come facevano i viandanti, o i pellegrini. Camminare è come cercare il proprio lato selvatico, ma anche la propria consapevolezza. Può essere una pratica di ricerca interiore, di ricerca del proprio essere. Pensiamo che ognuno di noi ha il suo tempo, che si trasforma in un ritmo: il ritmo del cuore, il ritmo del respiro… Rallentiamo, fermiamoci magari, per prenderci del tempo… da vivere. Troviamo delle pause che possano rigenerarci, tra il tempo della corsa e il tempo della quiete.

E poi, terzo passaggio, abbiamo pensato che la nostra meta non poteva essere la meta in sé e per sé, ma la nostra meta doveva essere il percorso stesso. Era più importante che le persone facessero il percorso, che non il raggiungimento della meta stessa. Così in montagna il bello non è il raggiungere a tutti i costi la meta, ma viverla come uno spazio-tempo plausibile. La meta finale diventa, così, solo una tappa del percorso.

Il quarto passaggio: lo scoprire di avere un compagno vicino che cammina accanto a te, che fa il tuo stesso percorso, ci ha portato a considerare la MT come un’esperienza di GRUPPO. Quante implicazioni importanti ha un gruppo. Proviamo ad elencarne solo alcune:

  • la capacità di entrare e far entrare, cioè la capacità di far posto all’altro;
  • questo ci porta al contesto dell’ACCETTARE, e così si arriva ad un processo di trasformazione, che può essere mentale affettivo e fisico. Una specie di dilatazione del sé a favore dell’altro, come se diventassimo una soglia attraverso cui l’altro può passare;
  • e quindi ACCOGLIERE, come un rito di passaggio, che significa ricevere con affetto, acconsentire, approvare, comprendere;
  • l’accoglienza porta poi all’ APPARTANENZA, che significa far parte, provenire da…, riferirsi a…, essere di… Impariamo quindi ad appartenerci, al gruppo, un gruppo nuovo in cui tuttavia ci riconosciamo;
  • sentire di avere dei punti di riferimento ha un effetto sicuramente rassicurante, che si manifesta attraverso il rinforzo delle caratteristiche di COESIONE, CONTINUITA’ e VITALITA’, che sono la base dello stato di benessere dell’individuo;
  • nel gruppo CONDIVIDIAMO con gli altri le fatiche, i cibi, uno zaino troppo pesante. Quante volte abbiamo acceso insieme un fuoco?  E ci saremo accorti di come, stare attorno al fuoco, giocare a questo gioco, rafforza ed unisce le persone, le fa parlare, le tiene insieme, fa condividere le esperienze, i problemi, le gioie, le storie;
  • impariamo a FIDARCI degli altri, ad aiutarli in caso di necessità. E facciamo dei patti di fiducia con la nostra guida perché è lui che con grande competenza e grande sicurezza rende noi competenti e sicuri;
  • il gruppo diventa un RIFUGIO, come il grembo di una madre buona, che dà calore, sicurezza, coraggio, raccoglimento.

Il GRUPPO, impariamo ad appartenerci, a farlo diventare il nostro gruppo. Un gruppo in cui noi ci riconosciamo. E’ la nostra risorsa, perché lì potremo chiedere agli altri quello che ci manca, e noi potremo mettere a disposizione degli altri quello che abbiamo. E piano piano si impara ad accettare le dinamiche in cui si è. E il rispetto della propria e dell’altrui individualità. Nel gruppo si trova, quindi, uno spazio per conoscersi, confrontarsi, individuare modalità costruttive per fronteggiare momenti di disagio; le persone si impegnano per il loro cambiamento e per quello sociale, in un clima di fiducia e amicizia, promuovendo le proprie potenzialità attraverso il coinvolgimento personale.  E noi siamo vicini, molto vicini.

Il quinto passaggio sono i RITI DELLA MONTAGNA, che ci permettono, a volte, la sopravvivenza in un ambiente ostile. Riti antichi come il modo di vestirsi o svestirsi, ripararsi o uscire fuori, bere l’acqua di quella fonte o immaginarla inquinata, riconoscere un segnale o una traccia, fermarsi o andare avanti, il sole e la pioggia, il caldo e il freddo. Pensate a quanto fondamentale può essere il rito della “costruzione” di uno zaino, come è fatto, quanto pesa, come si allaccia, COSA CI METTI DENTRO, o cosa non ci metti. Il rito della montagna diventa così un viaggio attraverso TERRE DI MEZZO che possono anche essere il nostro mondo psichico fantastico, fatto di pensieri che si liberano, di idee che si chiarificano, di illusioni che si avverano, di speranze che si concretizzano, di sentimenti ed emozioni che finalmente si manifestano. Il rito della montagna diventa anche una possibilità di attraversamento e di riattraversamento di TERRE DI CONFINE, di frontiere, non più come frettolosi turisti del mondo dell’altro, ma come PERSONE ed individui che partecipano ad un processo di trasformazione che porta all’incontro, e non più alla separazione. Pensate a quale CONTAMINAZIONE CULTURALE e a quanti SCAMBI di idee ci sono stati in questo processo. Tutto questo per noi acquista un significato APOTROPAICO: il rito della montagna si trasforma in un rito esorcizzante, che allontana e annulla tutto quello che di brutto e di male abbiamo dentro e fuori di noi. E’ da qui che possono scaturire nuove energie creative e una mentalità più libera: un processo di TRASCENDENZA, che va al di sopra di quella che è l’esperienza umana, e che possiamo definire semplicemente come TRASFORMAZIONE, o ESPERIENZA TRASFORMATIVA.

Il sesto passaggio è quello della RESTITUZIONE: una volta tornati, in un incontro successivo, con la visione di foto o di video, con il parlare, con il riportare alla memoria si rimettono insieme i nostri pezzi, fatti di pensieri, agiti ed emozioni che abbiamo vissuto nel viaggio.

L’ultimo passaggio è quello di aver capito che con la montagna viviamo in una palestra di RESILIENZA. Che cos’è la resilienza? In psicologia viene definita, in poche parole, come la capacità dell’uomo di resistere, di affrontare e di superare le avversità della vita. E’ il processo attraverso cui le persone acquistano la capacità di far fronte, di riprendersi e di riadattarsi ad eventi stressanti, avversità, traumi, tragedie, problemi familiari e relazionali, problemi di salute, precarie situazioni finanziarie e lavorative. Una palestra in cui acquistiamo e accresciamo la nostra resilienza, diventiamo migliori, capaci di guardarci dentro e di riconoscerci, più attenti e sensibili agli altri, più decisi. Impariamo ad acquistare significati e obiettivi. Impariamo ad accettare i cambiamenti e a cambiare. Impariamo a prenderci cura di noi stessi e degli altri.

Un’ultima considerazione: tutto questo dove ci porta? Ci porta a vedere come l’istituzione curante, il luogo della cura, diventa una soglia, una finestra che si affaccia verso luoghi del mondo dove le persone altrimenti non spingerebbero mai il loro passo.

Fonti

http://www.montagnaterapia.it/index.html

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