Passi perduti, passi ritrovati

E’ forse un indottrinamento sociale quello di vivere il periodo natalizio come il momento fatto per la dimensione dell’affetto, dell’unione tra cari e dei racconti belli. Può anche darsi, ma che sia un bene o un male non è questo il punto. 

Senza nemmeno farlo apposta voglio raccontare un episodio, successo proprio oggi, che neanche a farlo apposta ha davvero dello “spirito natalizio”, e perchè non cogliere questa cosa usandola per diffondere qualche bella sensazione? Chissene importa se risulta “main-stream” o meno.

Olè

Da sempre amo presentarmi come Guida Escursionistica, mi piace portare con orgoglio questo titolo per una serie di motivi che hanno a che fare con la mia storia personale, la mia identità profonda e, certamente, una discreta carica di Ego.
Ma tralasciando quest’ultimo voglio per un momento concentrarmi sugli altri aspetti.

Sin dalla più tenera età ( si dice tenera secondo me perchè è più facilmente modellabile ) sono stato circondato e nutrito da una storia famigliare fortemente incentrata sulla dimensione dell’andare a piedi. Dalle odissee dei miei nonni in guerra, dai loro ritorni, dalle leggendarie battute di caccia di mio papà dove si camminava così tanto da stremare i cani, sino all’epopea quasi mitologica del mio avo Michele che andò a Torino a piedi per acquistare la cascina da cui discese tutta la mia famiglia di linea paterna.
Entusiasta mi sono sempre identificato con questa eredità, come discendente di una stirpe, la versione contadina della dinastia “Skywalker”, che potremmo adattare con “ Soilwalker” (camminatori di suolo, anzichè di cielo ).

Accanto a questo però dei miei primi passi non ho ovviamente memoria, e sino ad oggi mai avuto alcun racconto. Bizzarro se ci si pensa. In una famiglia del genere i primi passi “dell’erede” sarebbero dovuti essere accompagnati da foto, film, altari, racconti con Virgilio e Dante …. nulla invece. E questa assenza nella mia storia, anche nelle bocche di chi mi ha visto crescere, mi ha creato un senso di abbandono, di non essere stato visto, perchè le storie che raccontiamo ai nostri figli, ma agli altri in generale, su di loro servono in fondo a questo: a farli esistere; servono a dare loro (e a darci) non solo l’identità, ma le sue fondamenta, ossia l’amore, la presenza agli occhi e alla memoria dell’Altro.

Mancava un pezzo dunque, che ho riempito con ciò che avevo e come potevo. 

Mancava tutta una storia, che non è quella che mi sono raccontato, facendo come tutti ossia  cercando di dare un senso anche la dove mancano delle parti, perchè le nostre storie funzionano così. Mancava l’origine effettiva di tutto.

E allora ecco il recupero di quella storia.

Avevo una Tata, l’ho avuta dai primi mesi della mia vita sino all’età di nove anni, si chiamava Adriana.

Adriana c’è ancora, sapevo che gestiva un bar nel centro del paese viticolo dove ancora oggi ho residenza. Sino ad oggi non avevo ricordi particolari, se non qualcuno e per di più discontinuo, come la maggior parte della memoria che ho della mia infanzia. Oggi ho ventinove anni e sono andato in una macelleria proprio a fianco di quel bar, per acquistare della carne da preparare per il pranzo che ho in mente di tenere domenica con vecchi amici. 

Macelleria piccola, ma tutti ne hanno sempre parlato bene. Io non me ne intendo di carne dato che non la mangio ma mi piace cucinarla per chi la apprezza. All’interno un piccolo gruppo di signore attempate, con la parlata del sud ma provenienti da Torino proprio per rifornirsi per Natale della qualità venduta in quel negozio. Classico scenario: capelli bigodinati, pellicce, profumi improbabili e titaniche indecisioni nell’acquisto. La carne trita fatta apposta sul momento non andava bene perchè troppo grassa , quindi “ me la rifaccia ma usando quell’altro pezzo “ . No non c’e la posso fare. Decido sul momento di uscire per tornare dopo, e nel frattempo che le signore decidevano con molta (!!) calma, andare al bar a fianco per salutare Adriana, la mia Tata. Sono passati venti anni dall’ultima volta che ci siamo parlati.

Entro nel bar, e’ un bar che è stato in passato teatro di avvenimenti che nemmeno nel Bronx, piuttosto grande all’interno.

Appena entro mi volto verso il bancone e vedo una signora, so che è lei ma non ne sono certo. La saluto con un cordiale Buongiorno che lei ricambia come da copione,

“Lei è Adriana?”

“Si, sono io” 

“ Buongiorno, io sono Michele”

“ Eh Buongiorno, io Adriana piacere di conoscerla” dice in modo scherzoso non sapendo a cosa portasse quella mia interazione 

“ Allora se lei è Adriana io sono Michele, e lei è stata la mia Tata quando ero bambino”

“ ODDIOoo” 

Adriana spalanca le braccia e corre davanti al bancone per abbracciarmi.

Non me l’aspettavo questa reazione, non mi aspettavo questo calore. Improvvisamente una sconosciuta mi avvolge in un abbraccio dal calore così forte che io, in quel preciso istante, mi ritrovo catapultato in un altro tempo, in un altro mondo. Un istante prima era una sconosciuta e ora quel suo abbraccio mi commuove. il Michele di ventinove anni non sa nulla di quell’altro me che dentro di me sta provando e vivendo quell’abbraccio, ma sta di fatto che si sveglia una cosa sconosciuta ma paradossalmente famigliare. 

Sento quell’abbraccio e lo ricambio davvero. 

Adriana si stacca per un momento, mi tiene il viso tra le mani dicendomi “ che regalo che mi hai fatto!” , per poi riabbracciarmi.

Più passavano i secondi con lei e più veniva fuori in me una persona che non conoscevo, o forse non conoscevo più.
Sono sull’orlo delle lacrime pure io, e sorridiamo insieme.

Continuiamo il nostro scambio con lei che, sempre con gli occhi lucidi, mi racconta di me da bambino, ripetendomi più volte che sono stato davvero come se suo. Toglierei a questo punto anche il “ come se”.
Nei suoi racconti, nelle sue memorie, c’è un bambino, di cui lei si ricorda TUTTO, dai pianti che obbligavano la nonna a portarlo a casa della Tata, ai riccioli biondi ai primi passi.

Eccoli quì.

Mi racconta di come ho imparato a camminare, di come ci sia stata LEI al mio fianco, ad incitarmi e a proteggermi nei miei primi tentativi. 

Mi racconta di questo bambino con i riccioli biondi che lei metteva tutto tentennante in piedi con il muro alle spalle, in modo da non cadere all’indietro, e mettendosi accovacciata alla sua altezza di fronte a lui, lo incoraggiava a raggiungerla.

“Perchè in venti anni non ti sei più fatto vedere? “ 

“ Non lo so, e non è per giustificarmi, ma certe cose di me e della mia storia vengono fuori un po’ a pezzi e oggi ho voluto non so… rincontrarti”
 

Nel dirlo, e nell’avere in mente la storia di quel bambino scoppio in lacrime, nel bar, davanti al bancone. Mi lascio andare a quel pianto e le faccio cenno con le mani di avvicinarci.

Ci abbracciamo nuovamente con lei che mi dice qualcosa del tipo “ gioia mia”.
Due minuti dopo mi sono vergognato di quella mia reazione, ma non ho voluto dare ascolto a quella censura.
Ancora qualche breve scambio e ci congediamo, con lei a ripetermi “ Per qualsiasi cosa io ci sono, se hai bisogno anche solo di un consiglio “
Le chiedo allora il numero e ci salutiamo con la promessa da parte mia che ci saremmo risentiti e rivisti, ma non dopo venti anni.

Carramba che sorpresa nella vita reale.

Mi piace definirmi figlio di una stirpe di camminatori, tradizione che onoro, al meglio che posso, nell’essere Guida, ma chi mi ha insegnato a camminare non sono stati i racconti della famiglia piemontese, ma la presenza di una Donna calabrese che, lontana da casa sua, emigrata di fatto, si dedicava ad un bambino con l’amore di una Madre.


Buon natale a tutti e tutte, e come sempre, buon cammino!


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